Il vissuto materno pre-parto

Dal momento in cui scopre di avere un figlio, la donna affronta delle vere e proprie sfide psichiche che la condurranno a rifondare la visione di se stessa e di sé in relazione al mondo circostante, e che determinano l’attivazione di tutta una serie di fantasie, desideri e sentimenti multiformi, a volte contrastanti.

E tutto questo in sole 40 settimane circa.

Tali sfide, che segnano il passaggio da un io ad un noi, o meglio da un io ad  un io e tu determinando l’acquisizione della funzione materno-genitoriale, si estrinsecano nel cambiamento di ruolo e di identità: da figlia si diventa madre, ciò che rende inevitabile un confronto con la propria figura materna; e ancora, da compagna si diventa madre, ciò che muta profondamente gli equilibri di coppia ma anche i rapporti e le relazioni con il resto del mondo.

Sentimenti di paura, rabbia e dolore possono facilmente farsi spazio in questa fase. Il corpo si trasforma e muta velocemente e questo può creare spiacevoli disagi soprattutto in relazione al pancione. Non è poi affatto raro che già in questa fase si affaccino insicurezze sulle proprie capacità genitoriali e anche apprensione sulla salute del/della nascitura/o.

DIVENTARE MAMMA – Il vissuto rispetto al parto

Il parto è, nell’immaginario collettivo, un evento da affrontare serenamente, con coraggio e senza paura. Quando si sceglie di diventare mamma si crede spesso, o almeno così ci hanno fatto credere, di entrare a far parte di un’ infinita schiera di donne, familiari e non, che senza alcuno sforzo, con placidità e senza alcun timore, sono andate incontro a questo avvenimento tanto importante. Evento che, ribadiamo, si porta dietro una serie non indifferente di strascichi tra cui il dolore della separazione, il dover essere, il passaggio dal ruolo di figlia a quello di madre, la paura per la propria incolumità e di quella della/del nascitura/o, la perdita della dimensione di coppia, tanto per citarne alcune.

Eppure tutte le donne, come è naturale che sia, hanno provato paura di fronte al parto anche se non sempre hanno avuto la possibilità o la libertà di esprimerlo a se stesse e agli altri. È un’emozione legittima, che ha senso e che deve essere espressa.

DIVENTARE MAMMA – Il momento del parto

Accade a volte che questo momento, secondo i più un’esperienza meravigliosa tinta di amore e gioia, priva di pericoli, si trasformi in un vissuto traumatico e doloroso.

Il delicato momento della privazione della fusione con il bambino non è solo un “fatto” fisico, ma anche psichico: è una perdita, con il dolore e la confusione che ne derivano.

Un possibile rischio è la discrepanza tra l’idea del/della bambino/a immaginato/a fino ad allora e il/la bambino/a reale: ci si può immaginare, ad esempio, una/un neonata/o con un temperamento mite e ritrovarsi, invece, a calmare e cullare giorno e notte. Oppure ci si può scontrare con disturbi e patologie inaspettate. Tutto questo in un contesto di estrema stanchezza e dolore fisico ed emozionale.

Inoltre, nonostante la riduzione del tasso di mortalità, il momento del parto può ancora essere potenzialmente traumatico: parti complicati, cesarei d’urgenza, gravi emorragie a cui può accompagnarsi una frustrante percezione di mancanza di controllo; o, ancora, la presenza di persone intorno a sé ostili, compreso il personale sanitario. Si tratta di circostanze piuttosto serie che possono innescare un vero e proprio Disturbo Traumatico da Stress Post Parto, in inglese Birth Trauma.

ESSERE MAMMA – Il Post Parto

Si torna a casa. L’attenzione delle altre persone, che fino a quel momento era concentrata sulla partoriente e sul suo pancione, si sposta completamente sul neonato/a. La donna sparisce improvvisamente dalla vista degli altri. Aumenta la paura di non essere capaci di prendersi cura del/della bambino/a.

Si controlla che respiri mentre dorme, si pesa il bambino anche più volte al giorno, si contano i pannolini sporchi.

Può iniziare il baby blues.

Inizia loop dei pannolini, i bagnetti, gli arrossamenti, il cordone che si stacca o non si stacca; inizia l’allattamento.

E sull’allattamento si potrebbe aprire un capito lunghissimo sul percorso di madre e lattante. Non mi riferisco solo al dolore, alle ragadi, alle mastiti, ai risvegli notturni, al/alla neonato/a che si “attacca bene” o  si “attacca male”, ma anche al senso che può assumere per la donna, che è unico e diverso da mamma a mamma.

L’allattamento è una scelta, ma spesso purtroppo le donne sentono di “dover essere” e “dover fare”, perché così è stato loro inculcato. Le critiche e i consigli non sempre richiesti sono all’ordine del giorno: devi allattare ogni tre ore altrimenti non si staccherà più;  devi allattare a richiesta e meglio se  nudi, perché favorisce il bonding e, attraverso il latte  e il contatto pelle a pelle. gli anticorpi della mamma passano al bambino/a.

E se il latte è poco?

E così che, molto spesso, da momento di estrema intimità e amore, l’allattamento diventa una performance.

Seguono gli ammaestramenti: fai male; lascialo nella culla; non prenderlo così; ti faccio vedere io che ne ho cresciuti tanti. E ancora: fallo piangere; così lo vizierai; devi lasciarlo; non devi lasciarlo; dallo a me, ci penso io.

In contesti del genere, mi chiedo come non aspettarsi un profondo senso di inadeguatezza nella donna, sensi di colpa e svilimento di sé.

Tali ambienti possono indurre sentimenti ambivalenti verso il neonato/a: percezione di avversione, fastidio verso il pianto, paura di rimanere da sola col piccolo/a. Reazioni possibili e comuni, dovute all’estrema fragilità e delicatezza del momento, che vanno, a loro volta, ad alimentare il senso di colpa in un circolo vizioso.

E il quadro si aggrava se sopraggiungono liti e incomprensioni col partner: ci si sente madri e moglie  incapaci, ci si può percepire irritabili e non comprese.

Le emozioni e i vissuti psicologici molteplici associati alla gravidanza e alla nascita possono, quindi, implicare l’insorgenza di disturbi psicopatologici, frequentemente associati a questa fase della vita, e che interessano e impattano non solo sulla donna ma anche sulla coppia, sulla famiglia e sulla società.

Depressione e ansia in gravidanza, Disturbo Post Traumatico da Stress, Depressione Post Partum sono ancora oggi un rischio ed è necessario coglierne i primi segnali, prevenirne la comparsa e rivolgersi ad un professionista quando i sintomi persistono per più di due settimane o quando si presentano con grande frequenza nell’arco della giornata.

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