La sindrome della dipendenza dal lavoro o sindrome da workaholism, tipica delle persone troppo dedite al lavoro, che sacrificano ogni altro aspetto della vita, pur non essendo classificata come disturbo mentale nei manuali diagnostici, merita una particolare attenzione per il potenziale effetto dannoso sulla Qualità della Vita. Letteralmente workaholism significa lavorare troppo e in maniera compulsiva, a volte senza percepirne l’eccesso.

L’avvento del lavoro flessibile e i recenti sviluppi tecnologici hanno, inoltre, ridotto il confine tra vita professionale e vita privata. La nuova situazione storica e sociale che si va delineando con la pandemia da Covid-19 ha contribuito, poi, a sdoganare lo smart working e a favorire continue connessioni, ciò che rende ancora più labile tale limite.  L’assenza di uno stacco netto tra i due contesti può senza dubbio agevolare una forma di assuefazione al lavoro.

CARATTERISTICHE DELLA SINDROME DA DIPENDENZA DA LAVORO

La letteratura accademica lo definisce come «la compulsione o l’incontrollabile necessità di lavorare incessantemente». In sostanza i “maniaci del lavoro”, sarebbero coloro che tendono a lavorare molto di più di quanto necessario, in qualunque momento e in qualunque posto. E questo niente ha a che vedere con particolari situazioni contingenti o necessità economiche: è, piuttosto, un imperativo interiore. Il lavoro è un pensiero continuo, ossessivo, anche nei rari momenti di riposo.

Al pari di ogni altra dipendenza la persona sperimenta:

  • Salienza: il lavoro diventa importantissimo tanto da pensarci anche al di fuori dei tempi e del contesto specifico del lavoro.
  • Un umore che fluttua insieme alle fluttuazioni dell’attività lavorativa.
  • Il fenomeno della tolleranza: si aumenta progressivamente la quantità di tempo impegnata a lavorare.
  • Astinenza: ci si sente irritabili quando non è possibile lavorare.
  • Difficoltà nelle relazioni interpersonali (possono riguardare conflitti in famiglia, con i colleghi, ma anche con gli amici).
  • Ricadute: si ritorna ad eccedere nel lavoro una volta raggiunto una migliore gestione della dipendenza.

Della sindrome in questione si è parlato molto, ma solo di recente è diventata oggetto di studi accademici. Sebbene sia ormai comprovato che la dipendenza da lavoro si definisca per l’eccessiva quantità di tempo destinata al lavoro, verso il quale si avverte una spinta irrefrenabile, poco si conosce dei meccanismi che ad esso conducono: Cosa porta a lavorare incessantemente?

IL MECCANISMO DELLA DIPENDENZA DA LAVORO

In questa sindrome possiamo riconoscer due parti costitutive già note: una spinta a lavorare compulsivamente (che nelle ricerche emerge come fattore associato direttamente a un peggiore stato di salute psicofisica) e una tendenza a lavorare fuor di misura. A queste si aggiunge una terza componente, che è il piacere del lavorare fine a se stesso. La combinazione dei tre elementi crea la dipendenza.

Se, così come la ricerca empirica ha già dimostrato, i lavoratori irrefrenabili vanno incontro a maggiori problemi di salute – bassa qualità della vita, addirittura rischio burn-out o stress da lavoro, ciò che, al contrario, non è riscontrato in chi trae realmente ed esclusivamente piacere dall’atto del lavorare – allora bisogna capire meglio la relazione tra il lavoro eccessivo e compulsivo e l’eventuale beneficio che se ne può trarre. In parole semplici, ci si chiede perché si lavora così tanto nonostante sia altamente stressante. In effetti, può accadere che la dipendenza da lavoro produca duplici conseguenze: eccesso di stress da un lato, e un senso di vigore, adrenalina, forza mentale e di volontà dall’altro. Entrambi gli esiti possono coesistere: lavorare troppo logora ma, al contempo, ci fa sentire appagati.

La contraddizione è solo apparente se si considera che l’individuo energico ed entusiasta può sentirsi infaticabile e raggiungere livelli di sforzo molto alti per poi infine esaurire le proprie forze; ma il ricordo della sensazione di soddisfazione innesca una nuova necessità di ricercare la sollecitazione, con conseguente riattivazione dei meccanismi dello stress.

È da ricordare infatti che tutte le forme di dipendenza, da sostanze o alimentari, e quindi anche da lavoro, fanno capo al sistema della ricompensa e cioè al raggiungimento di una sensazione di piacere che va, a sua volta, ad alimentare il comportamento, creando abitudine, assuefazione e astinenza. Nel caso specifico del lavoro, la ricompensa potrebbe essere proprio il piacere intrinseco del sentirsi forte, soddisfatto e insostituibile.

PERCHÉ LAVORIAMO INCESSANTEMENTE?

Per i motivi sopracitati, la comprensione del fenomeno di dipendenza da lavoro passa innanzitutto dalle TEORIE MOTIVAZIONALI, che si preoccupano di indagare ciò che ci spinge e ci induce ad un certo comportamento, in questo caso al super lavoro. Seguendo tali teorie, i maniaci del lavoro trarrebbero il loro giovamento da livelli molto elevati di motivazione.

Innanzitutto tra i vari sistemi che ci conducono all’azione dobbiamo considerare:

  • la spinta alla soddisfazione dei bisogni, insita nell’essere umano, che non concerne solo quelli fisiologici ma anche, ad esempio, il desiderio di essere stimati, l’autodeterminazione, la realizzazione di sé.
  • Un altro bisogno teorizzato in Psicologia è il bisogno di successo che porta ad un impegno per dimostrare le proprie competenze, ad una attenzione spasmodica al dettaglio per produrre risultati d’eccellenza.
  • Importante è sottolineare come le nostre azioni e scelte siano anche determinate da quanto percepiamo di poter controllare le situazioni cioè da quanto pensiamo che i risultati ottenibili o ottenuti siano effettivamente conseguenza dei nostri comportamenti piuttosto che dovuti a fattori esterni. Un esempio tanto banale quanto esplicativo: ci sono studenti che tendono ad attribuire l’esito degli esami universitari allo stato emozionale del valutante se non, addirittura, alla sorte. Essi saranno probabilmente meno motivati a studiare al contrario di chi, invece, crede fermamente che tale esito dipenda solo dall’impegno personale.
  • Infine, il bisogno primario dell’essere umano è quello di essere amato, ciò che conduce spesso, erroneamente, a credere che tanto più siamo perfetti, tanto più siamo amati.

LA PERSONALITÀ E LA DIPENDENZA DA LAVORO

Indubbiamente, ci sono anche tratti di personalità specifici che conducono alla dipendenza da lavoro. Di solito, si tratta di persone molto rigide, intransigenti, puntigliose, preoccupate enormemente delle regole e caratterizzate da un’attenzione esagerata ai dettagli. Vi è in questo caso una tendenza a organizzare, programmare, un’impossibilità di delegare o dividere il lavoro con altri, insomma a produrre a scapito del tempo libero e delle relazioni.

Un punto centrale di questo tipo di personalità è il bisogno di controllo e, di conseguenza, la paura di perderlo che conduce ad una forte resistenza a lasciarsi andare alle emozioni e ai sentimenti.

L’INFLUENZA DELLA SOCIETÀ

Viviamo in un mondo altamente richiedente fin dai tempi della scuola; situazione che si appesantisce con l’ingresso nel mondo del lavoro. Ottenere un impiego stabile è diventata un’ardua impresa, e quando succede, ci si scontra con una realtà in cui è tutt’altro che raro subire forti pressioni: realtà che premia un atteggiamento instancabile, che alimenta fame di prestigio e – perché no- anche di maggiori gratificazioni economiche. Realtà che, però, alimenta anche forte ansia prestazionale.

Sarebbe quindi auspicabile creare un cambiamento nella cultura del lavoro: riducendo le pressioni, considerare il lavoro come momento di crescita, molto si potrebbe fare per ridurre la comparsa dei disagi lavoro-correlati.

QUANDO CHIEDERE AIUTO

Quando si percepisce che effettivamente la propria dipendenza influisce negativamente nei vari ambiti della quotidianità è il momento di chiedere aiuto ad una/un professionista.

Si può iniziare ad avere problemi di coppia o in famiglia, problemi relazionali con i colleghi o si può, ancora, percepire una alterazione del tono dell’umore fino a sentirsi depressi.

IN COSA CONSISTERÀ LA PSICOTERAPIA

L’obiettivo della psicoterapia sarà di indurre il paziente ad acquisire una sempre maggiore consapevolezza delle cause che innescano la dipendenza. Ne saranno vagliate le emozioni al fine di una gestione ottimale, volta anche al miglioramento delle relazioni interpersonali.

In particolar modo, si potenzieranno strategie di evitamento delle ricadute.

Tutto il lavoro avrà come obiettivo principe il raggiungimento una maggiore soddisfazione della propria vita.

condividi questo articolo

CHI SONO
CHIAMA